Tag
Oggi in occasione del Venerdì del libro, la bellissima iniziativa di Paola di Homemademamma, voglio parlare di questo volume che ho appena ultimato di leggere. L’autore, Giordano Bruno Guerri, non propone una vera e propria biografia, ma un viaggio affascinante che ci accompagna alla scoperta della geniale e controversa personalità, appartenente ad uno degli artisti più conosciuti di tutti i tempi.
Il padre di Vincent Van Gogh, era un pastore protestante, mentre uno dei suoi fratelli, nacque morto un anno prima della nascita di Vincent, esattamente nello stesso giorno, come se non bastasse, Vincent venne chiamato allo stesso modo del fratello morto; è fin troppo facile intuire quanto questo abbia potuto pesare su di lui fin dalla più tenera età.
Centrale nella sua esistenza, fu il rapporto con il fratello Theo, mercante d’arte borghese, cui va riconosciuto il merito di aver intuito la grandezza della pittura del fratello, e che lo sostenne economicamente fino alla fine. Rapporto testimoniato da un fitto scambio epistolare che il libro riporta con generosità, e che costituisce uno straordinario e preziosissimo documento di storia dell’arte, di enorme aiuto nella ricostruzione della travagliata vita psichica del pittore.
Pazzo? Forse, ma non solo. Oltre ai più ben noti atti di autolesionismo come l’amputazione dell’orecchio, Van Gogh ne compì altri, meno famosi: ad esempio,di fronte all’ennesimo rifiuto da parte di una donna, mise la mano sinistra (non quella destra che gli era indispensabile per dipingere) sul fuoco, lasciandosela ustionare. Gli psicanalisti di tutto il mondo si sono divisi tra diagnosi di epilessia e di schizofrenia, oltre ad altre bizzarre ipotesi, ma i suoi problemi di salute non sono sufficienti a spiegare la sua vita, si sono piuttosto sovrapposti ad una sensibilità esasperata, da cui deriva il suo insopprimibile bisogno di dipingere.
Van Gogh era prima di tutto un ribelle, un anticonformista che rifiutava l’ipocrisia e le convenzioni sociali borghesi, e che oscillando tra crisi mistiche, (che rappresentarono per lui il surrogato di quell’amore che gli mancò), successivamente sostituite dall’arte quando dalla fede si allontanò, raccontò con le sue tele il legame tormentato che lo univa indissolubilmente alla natura, con cui riesce ad identificarsi molto meglio di quanto riesca a fare con gli esseri umani. Soggetto privilegiato delle sue tele, la natura poteva essere crudele e brutale, la sua violenza rifletteva l’esistenza stessa.
L’immensa solitudine dunque, la malattia mentale, l’incoercibile impulso creativo, e la fiducia sconfinata in sè stesso e nella sua arte, tutto ciò che lo portò a creare alcuni tra i più grandi dipinti dell’arte contemporanea, lo condurrà al tempo stesso alla morte prematura e violenta. Van Gogh stesso definì la sua vita una “discesa infinita“, una tragica e dolorosa progressione che lo trascinò sempre più inesorabilmente verso il basso, eppure, più Van Gogh sprofondava, più i suoi dipinti divennero potenti, anche se morì sconosciuto, poverissimo e reietto. La gente lo evitava, tanto che alcuni cittadini di Arles firmeranno una petizione per farlo rinchiudere in manicomio, nel quale comunque, trascorse parte della sua vita.
Nella lettera che scrisse al fratello poche ore prima di suicidarsi a trentasette anni, disse: “nel mio lavoro ci rischio la vita, e la mia ragione vi si è consumata a metà“. Una vita disperata la sua, una vita vuota, povera di rapporti umani, ma piena d’arte. Dipingere proiettava Van Gogh in uno stato catartico nel quale poteva riversare tutto il suo tormento e la sua disperazione, usando spesso le dita al posto dei pennelli.
La consapevolezza della fugacità della sua esistenza l’accompagnerà fino alla fine, Van Gogh sapeva di avere poco tempo a disposizione per vivere, approfondire la sua ricerca di sè stesso attraverso la pittura, e dimostrare al mondo chi fosse. La sua produzione è sterminata, ma moltissime delle sue opere sono state distrutte, derise e sbeffeggiate mentre era in vita. Van Gogh, precursore dell’espressionismo, era troppo in anticipo rispetto ai tempi in cui visse, la sua arte non poteva essere compresa. Qualcuno calcola siano circa 1000 le opere andate perdute.
Il libro conduce gli stessi lettori a riflettere sul confine tra genialità e follia, ed a cercare di afferrare quel mistero che da sempre circonda la personalità di questo celebrato pittore. A questo proposito, mi hanno colpita queste parole riportate da Guerri nel parlare di Antonin Artaud, sperimentatore teatrale internato a causa delle sue malattie psichiche, che su Van Gogh scrisse un saggio: “la sola risposta dell’uomo veramente sano per Artaud è la follia: il primo passo verso la salute, contro la repressione, l’integrazione, la negazione di sè. Se la società soffoca le più profonde aspirazioni della vita non resta che la follia, per liberarsi“. Probabilmente in esse si trova la risposta a molti dei nostri interrogativi.






