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Eccomi finalmente di ritorno per il primo appuntamento con il Venerdì del Libro dopo un lunghissimo periodo di tempo.

Per inaugurare quello che è un nuovo inizio, vorrei parlare del libro dell’estate, o meglio il libro di sempre, visto che pare si tratti del più venduto di tutti i tempi. Parlo di Cinquanta sfumature di grigio (ed i suoi seguiti: Cinquanta sfumature di nero e Cinquanta sfumature di rosso) libro/i che tutti o quasi hanno letto o perlomeno conoscono. Non ho verificato se qualcun altro tra voi l’ha recensito prima di me perché purtroppo, per tutta l’estate, ho smesso di seguire questo appuntamento settimanale, ma, in caso affermativo, se vi farà piacere potrete lasciare il vostro link tra i commenti.

Devo ammettere di essermi sentita combattuta sull’opportunità di scrivere e pubblicare questo post; si tratta di un libro piuttosto popolare, e parlandone male rischio di attirarmi antipatie di cui non vado in cerca, ma ho deciso di farlo ugualmente perché almeno qui mi piace sentirmi libera di dire quello che mi passa per la testa. Quello che leggerete pertanto non ha pretesa né desiderio di essere legge ma di esprimere piuttosto un’opinione che in quanto tale è condivisibile o meno.

In questo blog ho sempre e solo parlato di libri letti per intero, dall’inizio alla fine. Quando comincio un libro è per me un (a volte masochistico) imperativo morale ultimarlo; anche se non mi piace lo devo finire, se non altro per rispetto dei soldi spesi (in questo caso il libro mi era stato fortunatamente prestato), e neppure stavolta ho fatto eccezione, anche se so che questo contravviene ai “dieci diritti imprescrittibili del lettore” secondo Pennac (vero Grazia? ;-) ).

Oggi trasgredirò tuttavia non solo a questa, ma anche ad un’altra regola che mi sono posta quando ho cominciato a scrivere nel blog, ovvero quella di parlare solo di libri che mi piacevano. Tuttavia, da amante della lettura quale sono, e per il profondo rispetto che nutro per la parola scritta, non posso non dire la mia, perché esimendomi dal farlo sento di commettere un’ingiustizia.

Ecco, oggi mi va di scrivere una recensione al contrario e parlare di un libro che in me ha lasciato una traccia profonda, sia pure in senso negativo. Ho trovato questo libro volgare ed imbarazzante. Più volte nel corso della lettura mi sono sorpresa ad arrossire mio malgrado, e non per le ragioni che si potrebbero a prima vista intuire, vale a dire per il suo contenuto spinto e per le scene esplicitamente sessuali (neppure così infuocate tra l’altro!), ma per ben altre ragioni, la prima delle quali, chiara ed inequivocabile fin dalle prime righe del libro stesso, è che da un punto di vista squisitamente formale lo stile di scrittura è arido, elementare e semplicistico. Il vocabolario povero, ripetitivo e monotono. L’autrice sembra non conoscere l’esistenza di sinonimi e similitudini, la punteggiatura è casuale per non dire arbitraria, ed i dialoghi superficiali ed infantili.

Ho ricavato nel corso della lettura l’impressione che questo libro sia semplicemente il frutto di un’astuta operazione di marketing, abilmente orchestrata, che l’editore non si è neppure preso la briga di dissimulare. La strategia è inequivocabilmente finalizzata alla massimizzazione dei profitti (fin qui nulla di male) ma questo avviene senza alcun riguardo per la qualità del prodotto finale. Non si è fatto altro che spacciare come produzione letteraria quello che è in realtà un prodotto di massa privo di spessore che fa leva sulle più diffuse e comuni frustrazioni femminili per vendere. Ne costituisce solo una tra le tante prove tangibili, il fatto che uno scritto che poteva agilmente essere contenuto in un unico volume, sia stato frazionato in tre parti in modo da triplicare i guadagni.

Cinquanta sfumature di grigio è un libro che definire mediocre è un atto di grande generosità. Uno scritto ammantato di una sorta di pseudoromanticismo, in cui la relazione tra i due protagonisti è incentrata intorno al rapporto di sudditanza sessuale della protagonista femminile, ed affollato di stereotipi banali ma sempre in auge quali quelli del principe azzurro ricco, bello e dannato, e quello della figura della crocerossina incarnata da una donna giovane e slavata che nonostante tutto riesce a redimerlo e trasformarlo. Cliché vecchi come il mondo, di cui il libro è infarcito con una copiosa spruzzata di descrizioni sessuali che con ogni probabilità, nelle intenzioni dell’autrice, avrebbero dovuto renderlo stuzzicante e scabroso quel tanto che basta per far sentire liberate le donne che lo avrebbero letto. Un libro che con i debiti approfondimenti sulle sfaccettature psicologiche dei protagonisti ( e ce ne sarebbe da scrivere!) avrebbe potuto essere interessante da analizzare, ma la cui superficialità non permette di andare oltre i patetici dialoghi tra la protagonista e la sua “dea interiore” che altro non è che la sua voce più profonda. Questi ultimi si, sicuramente la parte più esilarante del libro.

Non sono affatto contraria alla narrativa leggera, genere di cui faccio ed ho fatto ampiamente uso pure io, ed a cui è doveroso riconoscere una sua dignità. Un genere di letteratura da “intrattenimento” che non ha altre pretese se non quella di regalare qualche ora di sana evasione (ed il cielo sa se ne abbiamo bisogno di questi tempi!) a chi vuole staccare la spina e mettere a riposo il cervello, purché scritta con una certa cura (leggasi rispetto per il lettore) che in questo libro sciatto non ho ravvisato.

Probabilmente nessuno ci avrebbe speculato così tanto sopra, me compresa, se il libro non avesse riscosso un tale successo di vendite nonostante la scarsa qualità, nel qual caso avrei soprasseduto. Ciò che m’indigna è il fatto che un libro simile abbia immeritatamente guadagnato tanto a dispetto di migliaia di aspiranti e autenticamente talentuosi scrittori desiderosi di vedersi pubblicati da qualche editore, anche senza alcun compenso. Il libro presenta in più l’aggravante di buttare apparentemente all’aria decenni di lotte per la liberazione femminile. Scusate sto divagando e mi ritrovo a sconfinare nel campo della sociologia e del costume, che chiaramente non è il mio.

In poche parole credo che ci sia di meglio: se ci vogliamo leggere un romanzo rosa ma scritto in modo raffinato leggiamoci Liala o Sveva Casati Modignani, se vogliamo leggere trasgressivo ed erotico leggiamoci Anais Nin, Henry Miller o de Sade, se vogliamo sentirci donne libere leggiamo Erica Jong, eroina della mia adolescenza.

La domanda cui ancora non ho trovato risposta è però sempre la stessa: “come ha potuto questo libro piacere e vendere così tanto? E’ davvero questo quello che la maggior parte di coloro che lo acquistano si aspetta di trovare in un libro?” Spero che i vostri commenti, spesso in passato illuminanti, mi aiutino a guadagnare un po’ di chiarezza. Vi prego inoltre di perdonarmi se il mio accorato e dissacrante post vi ha in qualche modo disturbati, ma a questo libro non riesco a riconoscere altro pregio se non quello di aver avvicinato alla lettura anche persone che solitamente non frequentano le librerie.

Potrete leggere un’altra recensione sullo stesso libro da parte di Stefania, altra partecipante al Venerdì del libro, qui.

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