Indovina chi c’è nel piatto?

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Per il Venerdì del Libro di oggi voglio proporre un albo illustrato per bambini che s’intitola “Indovina chi c’è nel piatto?“. Si tratta di un testo tradotto dall’inglese che mette davanti agli occhi dei più piccoli le reali condizioni di vita degli animali che “sopravvivono” negli allevamenti intensivi in attesa di essere destinati all’alimentazione umana. Allevamenti e macelli che di solito si trovano strategicamente lontani dagli occhi di tutti, alle periferie delle città, perché nessuno vuole vedere, né ricordare di sapere.

Si tratta di temi senz’altro duri, dolorosi ed il più delle volte ostici da spiegare, che tuttavia l’autrice sa affrontare con sincerità eppure delicatezza al tempo stesso, lo fa senza offendere né urtare la sensibilità dei bambini, ricorrendo a simboli ed immagini che parlano direttamente al loro cuore, facendo leva sulla straordinaria capacità d’immaginazione che appartiene loro. Perché ai bambini si può  parlare di ogni cosa, anche degli argomenti più complessi. Il più delle volte le difficoltà ed i disagi sono nostri e derivano dalle contraddizioni nelle quali ci ritroviamo a dibatterci nostro malgrado.

Le storie sugli animali, soprattutto quando essi vengono antropomorfizzati, sono tra le preferite dei bambini, e questo il mondo della letteratura per l’infanzia lo sa bene, prova ne è il fatto che la produzione letteraria destinata ai più piccoli pubblica ogni anno centinaia di nuovi titoli che vedono come protagonisti cuccioli ed animali d’ogni tipo. Questo avviene perché il processo d’identificazione tra bambini ed animali è immediato e diretto, consentendo una più efficace comunicazione. Questo filo diretto, unito alla spontanea empatia dei bambini, li porta, come in questo caso, ad essere particolarmente sensibili alle sofferenze animali e più in generale ai problemi ambientali, ed a sviluppare con maggiore semplicità un atteggiamento compassionevole, più di quanto non siamo spesso in grado di fare noi adulti.

Se i  bambini possono dare l’impressione di non esserlo, non dipende da loro, ma dalla cultura in cui vivono, e dal fatto che noi adulti talvolta omettiamo di trasmettere talune informazioni o le forniamo in modo superficiale, frammentario ed elusivo. A volte i bambini non sanno semplicemente perché non hanno l’opportunità di vedere, o perché evitiamo di spiegare loro concetti o verità a noi scomodi. Questo favorisce il formarsi di un equivoco nella mente dei più piccoli dovuto all’enorme divario tra la cruda realtà e le loro fantasie e le immagini che le popolano.

Questo libro possiede a mio avviso il pregio di presentare ai bambini gli animali che più frequentemente sono abituati a conoscere (purtroppo secondo ben più tristi modalità, ovvero su di un bel piatto da portata): maiali, mucche e tacchini, così come dovrebbero essere: ovvero liberi in natura. Ne descrive le personalità, le emozioni e gli stati d’animo. Li dipinge in sostanza per quello che sono, esseri senzienti, speciali come può esserlo ciascun individuo nella sua unicità, creature che pure sono capaci di provare gioie e dolori, amore ed attaccamento, sofferenza e paura. Ma presenta anche l’altra faccia della medaglia, quella che solitamente tendiamo a scansare od edulcorare perché scomoda, e perché la paradossale contraddizione che ne è alla base ci fa percepire le nostre incoerenze, mettendoci a disagio con noi stessi. Quella realtà secondo cui si tratta di esseri a cui si deve riconoscere una dignità che le condizioni di allevamento ed uccisione attuali invece sembrano calpestare, umiliare e mortificare.

Il testo, corredato da bellissime ed evocative immagini che a volte in apparenza sembrano stridere con la crudeltà del contenuto, non parla solo di animali, ma anche di natura ed ambiente, perché quel che mangiamo dispiega i suoi effetti sullo stato di salute del pianeta che abitiamo, determinando l’inesorabile deforestazione, l’estinzione di specie animali a causa della distruzione del loro naturale habitat, lo spreco di risorse idriche e l’inquinamento.

Il libro si conclude con una parte finale in cui i piccoli lettori sono invitati a dare le proprie risposte e formulare soluzioni sulla raccolta differenziata ed altri temi a sfondo ecologico. Si tratta di uno strumento che veicola un messaggio forte, intenso, ma necessario e doveroso, un valido strumento che può contribuire a destare precocemente le nascenti coscienze dei bambini di oggi che saranno gli adulti di domani, per aiutarli a sviluppare una mente critica, poco incline a piegarsi a  ciò che viene aprioristicamente imposto dall’esterno, e spinta piuttosto a cercare da sé le informazioni di cui ha bisogno per rielaborarle in modo personale in accordo al proprio sentire ed alla propria coscienza.

Credo sia importante che i nostri figli siano messi nella condizione di porsi dei quesiti, non accontentarsi, non omologarsi, non lasciarsi trascinare dalla corrente perché tutti lo fanno, per prendere delle decisioni e formarsi un’opinione in modo libero, qualunque essa sia, purché questo avvenga con coscienza e conoscenza vista anche la scarsa imparzialità dell’informazione veicolata dai sistemi di comunicazione di massa tradizionali.

E’ tuttavia ancora più importante che siano messi nella condizione di sviluppare un punto di vista meno miope rispetto a noi genitori che li abbiamo preceduti, sulle sorti del mondo, una visuale orientata al futuro ed alle conseguenze a lunga scadenza delle proprie azioni, ma è importante anche per allontanare lo spettro dell’indifferenza, dell’ipocrisia o peggio ancora dell’assuefazione a quelle che sono le brutture del mondo.

Sotto il profilo umano si tratta invece di un libro interamente dedicato ai temi del rispetto del diritto alla vita di tutti, della compassione, della solidarietà, un testo che finalmente restituisce agli animali quella considerazione e quella dignità che loro appartengono.

Ne approfitto per ricordarvi la mia rubrica Bambini in cucina: ricette e idee pronte in tavola che, dopo la lunga pausa estiva è ripresa già da qualche settimana sul sito de Il Bambino Naturale, ma che ho sempre scordato di segnalare sul mio blog :-(. Mi trovate pure lì, questa settimana con un pezzo che mi sta molto a cuore, sulla necessità di dare grande valore anche ai momenti apparentemente poco significativi ed ordinari della nostra quotidianità con i bambini.

Un paio di insalate crude per l’inverno

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Fa freddo, e siamo naturalmente portati ad aumentare la quota giornaliera di cibi riscaldanti, il che ha una sua ragione d’essere, ma nonostante siano in molti ad affermare che la cottura rende più facilmente digeribili certi alimenti, non dobbiamo dimenticare che i cibi crudi sono preziose fonti di nutrienti che vengono parzialmente distrutti durante il processo di cottura. Si tratta di quegli stessi nutrienti che ci sono utili per accrescere la resistenza dell’organismo nella lotta contro i tipici mali di stagione.

Devo premettere di avere l’abitudine di cuocere pochissimo le verdure e quasi esclusivamente al vapore perché così mi piacciono di più e perché amo le consistenze croccanti. Noi occidentali abbiamo la pessima abitudine di sottoporre a cotture interminabili certi ortaggi al punto da renderli a volta irriconoscibili sia nella forma che nel sapore, oltre a comprometterne il valore nutritivo. Spesso non sappiamo neppure quale sia il sapore al naturale di un certo alimento per non aver mai provato neppure ad assaggiarlo senza averlo prima cotto.

Il più delle volte si tratta però di una questione d’abitudine, perciò mi sto sforzando di provare perlomeno con piccole quantità, per vedere se il sapore e la consistenza mi sono graditi, senza dimenticare che sono spesso i condimenti a fare la differenza. Ecco due idee veloci e facilissime per sfruttare due ortaggi di stagione normalmente consumati cotti. La prima è un’insalata di broccoli, mentre la seconda è un’insalata di cuori di carciofo.

Ecco gli ingredienti necessari per l’insalata di broccoli

  • una testa di broccolo
  • uno spicchio d’aglio
  • un cucchiaio d’olio extravergine d’oliva
  • un cucchiaio di shoyu
  • pepe
  • semi di sesamo

Lavate per bene una testa di broccolo e dividerla in cimette. In un recipiente a parte preparate un’emulsione spremendo il succo di mezzo limone, un cucchiaio d’olio un cucchiaio scarso di shoyu, ed una macinata di pepe. Tostate leggermente in una padella un paio di cucchiaini di semi di sesamo e pestateli brevemente in modo da permettere loro di sprigionare l’aroma. Sbucciate e schiacciate uno spicchio d’aglio ed unirlo a tutti gli altri ingredienti che verserete poi sulle cimette. Mescolate per bene e riponete in frigorifero per un paio d’ore per permettere al condimento di insaporire i broccoli che nel frattempo grazie ad esso si ammorbidiranno leggermente. Io ho aggiunto ai miei broccoli un paio di pomodorini secchi sott’olio, ma la prossima volta li ometterò, a mio avviso si tratta di un’aggiunta non necessaria.

Ecco ora gli ingredienti necessari per l’insalata di cuori di carciofo:

  • un carciofo per ciascun commensale
  • rucola
  • il succo di un limone
  • un cucchiaio di lievito alimentare in scaglie
  • un cucchiaio di mandorle a lamelle
  • un cucchiaio di capperi sotto sale
  • pepe
  • sale
  • olio extravergine d’oliva

Preparate innanzitutto una ciotola con acqua fredda nella quale avrete spremuto il succo di mezzo limone. Sfogliate i carciofi privandoli delle foglie esterne più coriacee, tagliate il gambo, divideteli in due e privateli se necessario della “barbetta” che troverete al centro. Affettateli sottilmente ed immergeteli man mano nell’acqua e limone. Sciacquate i capperi sotto l’acqua corrente fredda e metteteli in una ciotola,  tritate le mandorle e mettetele con i capperi, unitevi infine il lievito alimentare in scaglie e la rucola lavata ed asciugata. In un recipiente a parte preparate un’emulsione con l’olio, l’aceto, il sale ed il pepe. Scolate accuratamente i carciofi, uniteli ai capperi ed alla rucola ed irrorate con il condimento, girando per far amalgamare bene i sapori. Gustate subito.

Buon appetito!

Liberi di non picchiare

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Se esiste un uomo non violento, perche’ non puo’ esistere una famiglia non violenta? E perche’ non un villaggio? una citta’, un paese, un mondo non violento? (Gandhi)

Apro questo post con un’immagine ed una frase significative che mi sono molto piaciute e che riporto direttamente dal sito Non togliermi il sorriso. So di aver in passato ripetutamente scritto su questo argomento, ma molti di voi avranno capito quanto mi stia a cuore il tema, pertanto continuerò a scriverne, parlarne e ricordarlo, ogniqualvolta se ne presenterà l’occasione, senza stancarmi e senza temere di risultare ripetitiva. I miei pensieri al riguardo sono già stati ampiamente chiariti in passato, vi rimandando pertanto ai link che troverete in fondo al post per eventuali approfondimenti. Tra le mie intenzioni stavolta vi è quella di risultare breve e sintetica, nonostante non sia certa di riuscire a rimanere fedele al mio proposito dal momento che il tema dell’educazione non violenta riesce a suscitare in me emozioni molto forti ed intense oltre che grande partecipazione personale.

Mi limiterò per ora a raccontare lo scopo di questa iniziativa. Genitori Channel, in collaborazione con Non togliermi il sorriso, propone una rassegna intitolata Liberi di non picchiare che si protrarrà per l’intero mese di novembre. La rassegna includerà una serie di pezzi, testimonianze e riflessioni incentrate intorno al tema della violenza usata con intento “educativo” ed alle sue alternative.

In realtà, il titolo della rassegna, incentrandosi sul concetto di libertà, racchiude nella scelta delle poche parole di cui si compone, tutto un mondo di sfumature. Libertà perché il genitore che picchia, in realtà è tutto fuorché libero. Il genitore che percuote suo figlio obbedisce ad un impulso incoercibile e distorto che altro non è che l’esteriorizzazione di un modello di comportamento distruttivo precocemente interiorizzato e successivamente fatto proprio, per non aver conosciuto nulla di meglio.

E’ inutile nascondercelo. Chi picchia è stato a sua volta picchiato. E’ inesorabile. si  puo’ averlo rimosso, razionalizzato, giustificato, minimizzato, perdonato, ma non si puo’ cancellare il passato. Non alludo solamente alla violenza cieca, eclatante e ben visibile, quella che lascia inequivocabili segni nel corpo oltre che nell’anima di chi la subisce. Includo anche la violenza più sottile, la violenza verbale, la derisione, lo scherno, la denigrazione, gli insulti il ricatto psicologico, il facile sarcasmo ed infine, lo scappellotto, od il famoso sculaccione, quello che “ non ha mai fatto male a nessuno” e che “tanto sono diventato grande lo stesso e guardami, ti sembro forse traumatizzato?“.

Ogni genitore sa quanto possa essere difficile stare con i propri figli. Gli impegni di lavoro, le incombenze domestiche, la privazione di sonno sono fattori che contribuiscono ad erodere le nostre capacità di ascolto e l’empatia con cui ci dovremmo accostare a loro; se a questo sommiamo il fatto che pochi hanno potuto sperimentare validi ed alternativi modelli educativi di riferimento, il meccanismo della coazione a ripetere (il più delle volte inconscio) sarà quasi inesorabile. Ma riflettiamoci bene, anche nostro marito, i nostri colleghi, i nostri amici a volte ci fanno perdere la pazienza, ci irritano, ci stancano, eppure, vi sono dei limiti che con loro rispettiamo e non ci sogneremmo mai di mettere in discussione, ma che quando si tratta dei nostri figli ci sentiamo autorizzati a valicare in ragione di una supposta funzione educativa o diritto di correzione che sarebbero connaturati alla vilenza. Tali funzioni giustificherebbero l’uso delle mani o dell’aggressività verbale. Forse che quelle persone meritino maggiore considerazione rispetto ai nostri figli? Certo che no, non amiamo nessuno al mondo più dei nostri figli. O forse queste persone a differenza dei nostri figli non sono di nostra proprietà? Quest’ultima domanda vuole naturalmente essere retorica e provocatoria al tempo stesso. O forse ancora, ed e’ la più vile tra le spiegazioni che riesco ad azzardare, quella che mi ripugna pensare, i nostri bambini non sono in grado di difendersi e si tratta solo di una delle tante applicazioni della legge del più forte che ancora una volta riesce a farla da padrona? La prossima volta che nostro figlio ci farà perdere le staffe contiamo dunque fino a dieci prima di reagire e rispondiamo alle domande di cui sopra. Pensiamo anche al bambino impaurito che molti sono stati ed a cui e’ stato inflitto un trattamento analogo a quello che saremmo tentati di riservare a nostro figlio. Sarà molto meno complicato resistere ad impulsi distruttivi che faranno del male ad entrambi. Mi rendo conto di aver usato immagini intense e volutamente evocative, ma credo ce ne sia un forte bisogno per smuovere le coscienze di tutti su di un argomento vergognosamente trascurato. Concludo il post, che al contrario delle mie intenzioni e’ stato ancora una volta più lungo del necessario, con i seguenti link per chi ha la voglia e, soprattutto il tempo, di continuare a leggere.

  • Qui il mio primo post sulla modalità dell’attachment parenting.
  • Qui troverete un ulteriore vecchio post sull’educazione non violenta.
  • Qui un post su come parlare del delicato tema della violenza con i bambini, e le teorie di Alice Miller, una delle persone che hanno lavorato più alacremente sullo studio e sulla diffusione della consapevolezza di quanto siano sbagliati i modelli di comportamento cui generalmente facciamo riferimento per relazionarci con i nostri bambini.
  • Qui un post sul più famoso libro di Jesper Juul, autore che propone uno degli approcci tra i più sensati per mettersi in ascolto con i nostri figli, non importa di quale età.
  • Qui infine un post più recente sul libro “Genitori con il cuore” scritto da Jan Hunt, promotrice del progetto The Natural Child Project da cui deriva il sito italiano Non togliermi il sorriso.

Steve Jobs

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In occasione di questo Venerdì del libro, voglio parlare della biografia di Steve Jobs scritta da  Walter Isaacson. So che qualcun altro ne parlò qualche tempo fa, ma la memoria m’inganna e non ricordo chi. In ogni caso, come sempre, se vi va potrete lasciare il link tra i commenti.

Mi sono avvicinata alla lettura di questo libro un paio di mesi fa, senza alcun tipo di aspettativa né pretesa se non quella di conoscere la vita di una persona a me fino ad allora quasi completamente sconosciuta. Amo le biografie in generale, si tratta di un genere letterario affascinante a condizione che la vita del personaggio che ne è il protagonista abbia qualcosa di interessante da raccontare, e la vita e la personaltà di Steve Jobs, per quanto controverse, è indiscutibile abbiano molto da narrare avendo lasciato indelebili tracce di sé nella storia contemporanea.

Devo premettere di non nutrire alcun interesse per il mondo della tecnologia e dell’informatica pur essendone una forte fruitrice come la gran parte di noi. So che si tratta di un’affermazione apparentemente incoerente, ma qualsiasi genere di dispositivo elettronico riveste per me un interesse che non va oltre l’apprendimento di quanto strettamente necessario per permettermi di fare od ottenere ciò di cui ho bisogno nel più breve tempo possibile e nel modo più semplice ed immediato.

Non comprendo, neppure in seguito alla lettura di questo corposo volume, la vera e propria febbre collettiva che si è scatenata contagiando milioni di persone in tutto il mondo per la corsa ad accaparrarsi i prodotti Apple, divenuti un irrinunciabile status symbol, protagonisti di una supposta (ma in gran misura a mio avviso anche snobistica) superiorità tecnologica e d’uso. Tuttavia non posso non riconoscere di essere stata profondamente affascinata dalla vita avvincente dell’uomo che ne è stato il padre e che ha fatto della tecnologia una vera e propria forma d’arte, espressione e linguaggio.

Come spesso mi accade, ho focalizzato maggiormente le mie attenzioni sull’infanzia e sulla giovinezza del protagonista, figlio rifiutato dai genitori naturali ed adottato da una famiglia di umili origini, e non ho potuto fare a meno di chiedermi fino a che punto ed in quale misura, tale rifiuto abbia contribuito, innestandosi su di una personalità irrequieta, complessa, e riccamente sfaccettata, a determinare il suo desiderio di emergere ed affermarsi.

Un secondo aspetto interessante su cui mi sono soffermata a riflettere è il modo in cui il protagonista è riuscito, o meglio non riuscito, ad integrare la pratica della filosofia buddhista zen, perfezione cui per tutta la sua esistenza ha aspirato, nella sua vita interiore, spirituale e personale. Mi ha  incuriosita anche il frugale ma talvolta bizzarro regime alimentare cui Jobs, anche da gravemente malato si sottoponeva, che voleva essere parte integrante di uno stile di vita improntato al minimalismo e per alcuni versi ascetico.

Se è indubbio che i prodotti cui Jobs ha lavorato rechino inequivocabili tracce e contaminazioni di tale filosofia, che li ha portati a distinguersi da tutti gli altri prodotti simili esistenti nello stesso segmento di mercato, decretando al tempo stesso il successo dell’azienda, (e nonostante sia chiaro che pure lo stile di vita  di Jobs fosse decisamente spartano rispetto  a quelle che erano le sue concrete possibilità economiche), è altrettanto evidente quanto emerge nel corso del libro, vale a dire che Jobs pur avendoci provato per una vita intera, é stato incapace di raggiungere una simile linearità, coerenza e semplicità nella sua vita interiore che al contrario denotava una personalità tormentata e lacerata, combattuta tra tendenze di senso opposto.

Di questo libro ho apprezzato oltre alla grande accuratezza e minuziosità con le quali la storia e la parabola di Jobs sono state ricostruite, la totale obiettività ed assenza di filtri o giudizi da parte dell’autore. Grazie alla pratica di riportare frammenti di dialoghi, interviste e testimonianze da parte di persone che a vario titolo hanno avuto a che vedere con Jobs,  e che garantiscono la fedeltà di quanto raccontato alla realtà dei fatti, il lettore giunge alla conclusione della lettura libero di formarsi un’opinione assolutamente personale e scevra di pregiudizi sul suo protagonista, stabilendo sulla base di ciò che ha letto, se prevalga l’indiscutibile genialità o piuttosto l’altrettanto certa enigmatica, e sotto numerosi aspetti sgradevole, personalità di Jobs. Per contro, ho trovato alcune parti del libro lente e ridondanti di dettagli troppo “tecnici” (in rapporto ai miei limiti costituiti dalla scarsa o meglio nulla dimestichezza con i mezzi tecnologici) nelle cui descrizioni il libro ha frequentemente indugiato.

Non ho ancora deciso se a mio avviso Jobs sia stato più un abile stratega del marketing od un perfezionista maniaco al punto da rasentare l’ossessione, talvolta sconfinando apertamente in essa, forse non è neppure importante. E’ tuttavia innegabile il fatto che questa persona, che si potrà odiare, sopravvalutare od idolatrare, ma che non può lasciare indifferenti, abbia rivoluzionato la nostra era digitale ed abbia contribuito a fare della tecnologia una forma d’arte a larga diffusione e fruibilità. Senz’altro Jobs merita  di essere riportato come esempio di tenacia, perseveranza e capacità d’inseguire i propri sogni contro ogni avversità, e sicuramente più di molte altre personalità è destinato, un po’ per essere personaggio contemporaneo un po’ per essere ideatore di strumenti utilizzati ed amati dalle nuove generazioni di giovani ad essere assunto da essi come punto di riferimento. Questo lo ritengo positivo, dal momento che per i giovani d’oggi sono purtroppo rari i modelli non scontati o stereotipati cui far riferimento.

San Martino e la lanterna

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Dalle mie parti la festa di San Martino è particolarmente avvertita. In questa occasione, la figura del Santo Patrono viene ricordata e rievocata con numerose iniziative che si distribuiscono in un arco temporale di diversi giorni in una località a due passi da casa nostra che, per l’occasione, si veste a festa, con tanto di mercatino, laboratori per bambini, stand gastronomici, luna park, mostre e musica che non mancheremo di visitare sfruttando l’occasione per esplorare una deliziosa e piccola libreria dove ogni tanto ci rechiamo.

Personalmente questa ricorrenza mi piace molto, la considero la prima grande festività in vista del periodo natalizio; un modo ulteriore per coltivare  i valori dell’empatia, della generosità e della condivisione, ed al tempo stesso uno strumento utile per trasmettere e lasciar memoria ai bambini delle tradizioni che rischiano di essere perdute, in modo particolare quelle legate al mondo rurale ed alla vita contadina cui la festa di San Martino è legata, facendole convivere con quelle importate come dicevamo nel post della scorsa settimana in occasione della festa di Halloween.

Della festa di San Martino ho già parlato lo scorso anno, linko il post per chi se lo fosse perso. Il Santo viene commemorato il giorno della sua tumulazione che ricorre l’11 novembre, anche se egli perì qualche giorno prima.

Ogni zona del paese ha le sue tradizioni, spesso a base di falò e vin brulé. Di alcune delle consuetudini che si usano dalle mie parti ho parlato lo scorso anno, pare però che un po’ ovunque, San Martino si ricordi, al di là della sua connotazione religiosa, perché in corrispondenza di questo giorno si concludeva il lavoro dei contadini nei campi e si era soliti aprire le botti per il primo assaggio di vino novello solitamente gustato con le castagne arrostite, cosa che si continua a fare ancor oggi.

Sembra inoltre che, non appena Martino fece dono della metà del suo mantello, subito spuntò il sole che illuminò ed intiepidì le giornate successive. Da ciò deriva l’uso di definire questo periodo dell’anno come “l’estate di San Martino“.

La festa è molto sentita anche nei paesi del nord Europa dove, la sera del 10 novembre verso l’imbrunire, i bambini sono soliti inscenare la tradizionale e suggestiva processione delle lanterne detta Laternenumzug in occasione della quale i bambini, girando per le strade con una lanterna colorata appesa ad un bastone, recitano canti e filastrocche:

“lanterne, lanterne, sole, luna e stelle,
date luce a noi, date luce a noi,
questa luce nel Mondo vogliamo
portar“.

Processione che spesso si conclude mettendo in scena il famoso ed emblematico episodio per cui il Santo viene ricordato.

La lanterna verrà poi accesa ogni sera rappresentando il tepore della bella stagione che riscalda il freddo inverno. Sembra inoltre (ma se ne sapete di più sono interessata ad approfondire), che la tradizione di cucinare biscotti a forma di stelle e la relativa filastrocca derivino dalla famosa fiaba dei fratelli Grimm:  “Pioggia di stelle” che potrete leggere qui.

Tra le cose che amo di questa festa vi è l’elemento della luce: le candele, le lanterne ed i lumini che durante la stagione fredda dissemino in ogni angolo della casa (mi piace a volte scrivere a lume di candela!), ed ogni anno, fin da quando i miei bambini erano piccolissimi, oltre che ricordare la storia del Santo con la lettura serale che sembrano apprezzare ancora molto, mi piace aggiungere qualcosa alla nostra piccola collezione fatta da noi.

Quest’anno siamo in piena modalità orientale. Avevo scovato il tutorial per realizzare questa lanterna lo scorso anno, ricordo di averlo trovato sul bellissimo sito de La pappa dolce, ma non avevo il tempo di spulciare tra le centinaia di proposte del sito, perciò sono andata ad occhio ed il risultato mi garba ugualmente. Del resto il procedimento è talmente semplice che ne potrete fare a decine in poco tempo, ricorrendo a qualsiasi materiale abbiate in casa purché munito di un certo spessore o della capacità di reggersi in piedi. Vi servirà in sostanza, del materiale che non si dovrà afflosciare una volta appoggiato sulla superficie piana su cui desiderate collocare la vostra lanterna, perciò andranno bene del feltro od un cartoncino rigido. Io mi sono accontentata del pannolenci che avevo già in casa perché le nostre, che stiamo producendo in quantità, dovranno essere appese senza lumino ad un paio di rami di ciliegio ritorto che usiamo decorare in tema con la stagione o la festa dell’anno. Se è vostra intenzione appoggiarle al tavolo, non vi suggerisco il pannolenci, troppo sottile, ma il feltro, una volta realizzata la lanterna dovrete accendere un lumino da collocare all’interno di un vasetto di vetro (tipo quelli degli yogurt) che metterete a sua volta dentro la lanterna, ma in questo caso vi conviene rivedere leggermente le misure per realizzare una lanterna un po’ più grande.

Ecco il procedimento.

Tagliate in forma rettangolare del feltro o del pannolenci. Le mie misure sono 9×8 cm. piuttosto piccole visto l’uso che ne dovevo fare, ma nulla vieta di provare a realizzarle in formato più grande. Piegate il rettangolo in due seguendo il lato più lungo e stiratelo con il ferro caldo in modo da creare una piega. Ora dovrete praticare dei tagli a partire dalla parte piegata, tenendovi ad una distanza di un centimetro dal bordo esterno (non dovrete tagliare fino alla fine). Ritagliate un altra striscia di tessuto stretta e lunga che dovrà costituire il manico della lanterna.

Aprite la stoffa, avvicinate fra loro i lembi più corti fino a farne combaciare le due estremità, e con l’aiuto di una cucitrice od ago e filo (nel primo caso se lo spessore della stoffa lo consente sarà ancora più veloce) unitele assicurandole con un punto sopra ed uno nell’estremità in basso.  Spero dalle foto si riesca a comprendere il procedimento. Ora assicurate anche le estremità del manico et voilà, la lanterna numero uno è pronta.

Seguite il medesimo procedimento ripetendolo per tanti rettangoli di stoffa quante sono le mini lanterne che desiderate ottenere, anche con colori diversi. Volendo le lanterne potrebbero essere unite le une alle altre con una fettuccia di stoffa colorata e trasformarsi in un bel festone.

Buon San Martino a tutti!

Un solo nome

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Per il Venerdì del Libro di quest’oggi una bella proposta di lettura per l’infanzia.

Le riflessioni sulla festa di Halloween di qualche giorno fa e sul suo contenuto apparentemente inconciliabile con la tradizione profondamente cattolica del nostro paese, mi hanno per qualche ragione portata a riflettere sul rapporto tra bambini e fede, inducendomi a rileggere questo libro che li avvicina a questo complesso tema in modo semplice ed immediato, così come semplici ed immediate, a volte in modo disarmante, solo le domande dei bambini sanno essere.

Ci sono argomenti di cui finora nel blog ho preferito trattenermi dallo scrivere per il desiderio di riservare temi di tale delicatezza alla sfera più intima e personale della mia esistenza. In realtà, la mia reticenza è dovuta in parte anche al fatto che il mio rapporto con le tematiche più profonde della fede è in gran misura irrisolto ed oggetto di un percorso personale in divenire riguardo al quale, allo stato attuale, non ho ancora maturato una convinzione profonda.

Una delle domande più scomode che i miei bambini mi hanno posto in passato ed a cui è risultato davvero difficile dare risposta, è quella relativa all’esistenza del divino ed alla necessità di dargli un volto ed un nome. In realtà sono convinta che i bambini siano creature profondamente religiose, anche se non secondo l’accezione  che comunemente attribuiamo a questo sentimento. La mia impressione è che piuttosto i più piccoli siano intensamente spirituali e sorprendentemente in grado, fin dalla più tenera età, di porci domande scomode ed imbarazzanti. Di certo, il fatto di essere genitori (ma anche insegnanti), c’impone di affrontare e dare risposte immediate a quesiti sugli aspetti più disparati della vita riguardo ai quali noi stessi, nonostante abbiamo talvolta a lungo riflettuto, ci sentiamo combattuti ed a disagio perché avvertiamo di essere ben lontani dall’avere certezze o convinzioni incrollabili. Non alludo esclusivamente alla fede, ma pure ad altri importanti quesiti esistenziali che a volte con la stessa fede risultano essere intimamente connessi, quali la morte, la nascita, la provenienza dell’uomo, lo scopo del suo essere ed esistere. Eppure si tratta di richieste alle quali non possiamo esimerci dal dare la risposta più onesta e trasparente che ci è possibile, che, nella maggior parte dei casi, è anche la più difficile.

La proposta di oggi d’intitola “Un solo nome“. Si tratta di un libro un po’ datato ma sempre attuale oltre che utile e, cosa che non guasta mai, gradevolmente illustrato.

L’interrogativo intorno al quale il libro è incentrato è quale sia il vero nome di Dio.  Gli abitanti del mondo, diversi per razza, provenienza e mestiere, si tormentano alla ricerca del nome più appropriato da attribuire a Dio, ciascuno convinto ed assolutamente certo di aver trovato il nome giusto, il solo ed unico nome con cui Dio debba essere invocato, nella presuntuosa convinzione che qualsiasi altro sia sbagliato.

Qualcuno lo chiama Padre, qualcun altro lo chiama Madre, qualcuno Amico ed altri ancora Creatore, ma il vero Dio non ascolta nessuno di essi.

Incapaci di trovare un accordo che accontenti tutti, gli uomini in contrasto si riuniscono pacificamente, e,  guardando per la prima volta in volto i propri simili, ciascuno ad invocare il “suo” Dio, quasi come un’improvvisa rivelazione, si rendono conto che in realtà non esiste un nome giusto o sbagliato, e che ciascuno dei nomi prescelti assomma in sé una verità, una parte di Dio, mettendo in luce una sua peculiarità, perché Dio in realtà per chi crede è uno soltanto, ed è per questo che ha “un solo nome”.

Un forte messaggio volto ad ammettere e tollerare la varietà di religioni e la specialità di ogni cultura, un invito al riconoscimento della diversità intercorrente tra ciascuna di esse senza che  debba essere per questo ammessa la supremazia di alcuna in modo particolare, ma anche un invito alla giusta tolleranza, rispetto ed accettazione, cogliendo la necessità di ciascuna confessione religiosa e la ricchezza che ne deriva. Non è necessario in realtà dare un nome a Dio, ed ogni uomo può identificarsi negli altri uomini per l’identità di un’ essenza che accomuna l’umanità intera.

Questo prezioso volume è estremamente utile anche per dare spiegazione ai bambini del perché delle guerre di religione,  e di quanto esse siano illogiche, assurde e contro natura, di quanto contravvengano  a quella che è la vera volontà di Dio, comunque si scelga di chiamarlo, messaggi che i bambini non hanno alcuna difficoltà a cogliere.

Spiedini di tofu e seitan con verdure grigliate

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Questa è una cena che risale a qualche settimana fa e che tenevo tra le bozze, so che ora il tempo è decisamente virato e fa un gran freddo, ormai solanacee e zucchine sono decisamente fuori stagione, ma magari la potrete tener presente per il prossimo anno come alternativa veg appetitosa (ricordiamo però che è bene non esagerare con il consumo di tofu e soprattutto seitan) da proporre per un barbeque. Mentre io pubblicandola riuscirò ad evadere un po’ di post di ricette in arretrato (dovrei impormi di pubblicare almeno un paio di ricette a settimana, ma per ora questo è quello che riesco a fare).

La preparazione è elementare anche se non velocissima per chi come me non possiede altro che una semplice piastra, ma se avete la fortuna di possedere un barbecue vi darà grandi soddisfazioni e riuscirà ad incuriosire anche chi vegan non è, altrimenti, se non possedete un barbeque munitevi di griglia o bistecchiera e vedrete che sarete contenti ugualmente, ed anche i vostri bambini (perlomeno i miei)!

Gli ingredienti le cui quantità sono libere sono i seguenti, cui potrete aggiungere o togliere a seconda dei gusti:

  • tofu al naturale
  • seitan al naturale
  • peperoni
  • melanzane
  • zucchine
  • pomodori ciliegini
  • sale alle erbe
  • pepe
  • olio extravergine d’oliva
  • qualche goccia di shoyu o tamari
  • erbe aromatiche a piacere

Lavate ed affettate le verdure. Scaldate la piastra e quando sarà rovente fatele grigliare, se lo preferite potrete prima spennellarla con un velo d’olio, io solitamente non lo faccio e preferisco aggiungerne dopo a crudo. Nel frattempo tagliate a cubetti abbastanza grandi il tofu ed il seitan. Quando avrete finito di cucinare le verdure, fateli scottare da ambo i lati. Trasferite le verdure, il tofu ed il seitan in una ciotola, versatevi l’olio, il sale, una macinata di pepe, qualche goccia di tamari e le erbe aromatiche fresche (timo, erba cipollina, origano sono quelle che ho utlizzato io provenienti dal mio balcone). Cercate di distribuire il condimento in modo uniforme.

Prendete gli spiedini di legno e cominciate ora ad infilare le verdure, il tofu ed il seitan alternandoli in modo regolare. Servite in tavola con contorno di insalata mista.

Io ci avrei visto bene dei pomodorini secchi fatti rinvenire e condire con un trito di aglio, capperi, origano ed olio, ed il prossimo anno proverò anche con questa aggiunta.

Buon appetito!

Halloween e le feste “importate”: consumismo o lungimiranza?

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Avevo già in mente un post in tema Halloween per questa settimana, ma nelle mie intenzioni doveva essere un po’ diverso da quello che sto scrivendo ora. Qualche giorno fa però, per il Venerdì del libro, propose dei bellissimi albi illustrati in linea con le tematiche della festa, tra l’altro, come spesso fa, in lingua originale. Tra i commenti emersero alcuni pareri sull’opportunità o meno di incorporare nella nostra cultura questa ed altre celebrazioni spesso mutuate da tradizioni straniere e conosciute perlopiù per il loro risvolto consumistico. I pareri espressi vedevano persone divise tra chi riteneva questa ricorrenza una festa prettamente consumistica e commerciale (in parte è vero) e chi invece la apprezza anche per i suoi contenuti ed il suo valore culturale (che indubbiamente sono presenti).

A casa nostra Halloween viene ricordato e festeggiato (abbiamo pronta come tutti gli anni la zucca da intagliare, vagonate di ricette a base di zucca e quest’anno, se il tempo sarà con noi, ci sarà per la prima volta anche il “trick or treat”) per numerose ragioni.

Se dovessimo considerarne solo l’aspetto consumistico e commerciale allora dovremmo estendere il medesimo ragionamento a qualsiasi altra festività, non solo a quelle importate, ma anche a quelle che più propriamente appartengono alla nostra tradizione religiosa, culturale e sociale. Non esiste ormai ricorrenza od evento che non siano stati dalle logiche del mercato capitalistico piegati a finalità commerciali ed alla massimizzazione dei guadagni con buona pace di tutti. Anzi, tanto più la festa è profondamente avvertita (si veda il Natale) tanto più il meccanismo si fa invadente ed aggressivo. Se dovessimo ragionare in questo modo dovremmo rifiutare qualsiasi festa, compleanni compresi.

Anch’io credo come Cì, che il modo in cui una festa viene percepita dai nostri figli dipenda fondamentalmente dalle modalità secondo cui noi genitori la presentiamo loro. Se poniamo l’accento solo sui suoi segni più apparenti e superficiali i nostri figli non riusciranno ad andare più in là della zucca intagliata e del dolcetto e scherzetto, e, nella migliore delle ipotesi,  la festa sarà vissuta come un’occasione in più per indulgere in trasgressioni poco sane (leggasi abuso di dolciumi e caramelle). Se invece noi genitori trascorreremo del tempo con i nostri bambini spiegando loro dove la festa origina (la sua storia è tra l’altro piuttosto affascinante) ed il modo in cui si è evoluta, sicuramente essa assumerà anche nella testa dei nostri figli connotazioni del tutto differenti arricchendosi di sorprendenti sfumature di significato.

Io credo che sempre più spesso e più precocemente rispetto a noi genitori ed alle generazioni che li hanno preceduti, i nostri figli siano esposti ad “elementi estranei” alla cultura cui appartengono (lingue, religioni, tradizioni di popoli diversi dal loro), elementi con cui devono ed è imprescindibile abituarsi a convivere, credo inoltre che le feste straniere possano rappresentare un valido modo per avvicinarli in tenera età e nell’ambito di una dimensione piacevolmente ludica e giocosa a tali diversità.

Fortunatamente i bambini di oggi si ritrovano a crescere in una prospettiva ampia ed aperta, secondo la quale la diversità di colori della pelle, la varietà religioni, culture e lingue, sono presupposti della società, e quindi dai più piccoli accettati con naturalezza e spontaneità, i limiti in realtà appartengono solo a noi adulti. Una mente aperta costituisce un valido aiuto all’integrazione in una società necessariamente eterogenea e complessa, fonte di ricchezza e possibilità di crescita oltre che di opportunità di studio e lavoro. I nostri figli sempre più spesso si ritrovano a misurarsi con bambini provenienti da paesi lontani ed appartenenti a culture differenti dalla loro perché ce li hanno come compagni di banco o vicini di casa.  L’integrazione, la conoscenza e la trasmissione dei saperi avviene anche facendo esperienza di piatti, profumi e sapori diversi dai loro, letture, feste, racconti, filastrocche differenti da quelli cui sono abituati.

Dall’altra parte comprendo anche la preoccupazione di chi vede nel fenomeno della globalizzazione non solo gli innegabili vantaggi e le grandi opportunità che essa ci ha regalato e regalerà ai nostri figli, come il fatto di contribuire a far sentire tutto il mondo paese ed ogni cosa accessibile, vicina ed a portata di mano, ma anche qualche aspetto negativo che è tutt’altro che teorico, ma questo come sempre dipende da noi.

Lo stesso fenomeno infatti, se non correttamente affrontato, porta con sé il rischio, di offuscare, se non perdere per sempre, le tradizioni locali, che tanto caratterizzano un paese così variegato e ricco dal punto di vista culturale, come il nostro, tradizioni che ai nostri figli è doveroso trasmettere per permettere loro di creare un legame di appartenenza col territorio e ricordare le proprie origini. Nostro compito è dunque quello di far si che queste due apparentemente opposte tendenze possano coesistere armoniosamente nell’infanzia dei nostri bambini, ma sono davvero convinta che con un minimo di sensibilità e buon senso questo non sia  neppure tanto complicato.

I bambini sono secondo me particolarmente affezionati ai riti ed alle consuetudini legate alle festività tradizionali o semplicemente alle usanze della famiglia e del gruppo sociale cui questa appartiene, aggiungerne di nuove non potrebbe mai scalzare le prime, né comprometterle o far perdere ad esse terreno, a queste rimarranno spesso indissolubilmente intrecciati indelebili ricordi d’infanzia.

Accompagnare i nostri figli in questo percorso ed insegnare loro ad integrarsi in una società complessa, senza rinnegare, rifiutare o scordare le proprie origini,  è una responsabilità di noi genitori ma anche un compito molto entusiasmante.

Voi cosa ne pensate?

Per concludere le mie proposte di lettura che si vanno ad aggiungere a quelle bellissime di Cì, per festeggiare HalloweenHalloween è anche la festa dei mostri, delle streghe, dei fantasmi e di tutte quelle creature che assommano e rappresentano le più ataviche paure dei bambini.

  • Il primo libro, quello che vedete nella foto di apertura, s’intitola “E’ dura essere un fantasma” racconta la storia del fantasma Grigiosporco, un fantasma speciale, che come si evince dal titolo ha un manto diverso da quello di tutti gli altri fantasmi, il che lo porta ad essere emarginato e deriso, tuttavia Grigiosporco, troverà il modo di affermare il suo essere speciale e diverso dagli altri recuperando la fiducia in sé.

  • Il secondo è un libro di cui ho già parlato in qualche altro post, anche se non ricordo quale, e s’intitola “Sotto il letto“. Si tratta di un’allegra filastrocca che rovescia le paure dei più piccoli proponendo un’insolita lettura al contrario simbolicamente anticipata nella copertina. E se fossero tutte queste creature mostruose che noi tanto temiamo ad aver invece paura di noi?

  • Il terzo libro è invece “Un lavoro per Streghilda” in esso la strega, protagonista indiscussa ma solitamente crudele ed infida di tante fantasie infantili, è dipinta in una veste sorprendentemente simpatica e buffa, suscitando nei bambini l’ irresistibile impulso di fare il tifo per lei.

Qui sotto un paio di link per approfondire invece le origini della festa di Halloween e qualche storia da leggere e raccontare ai vostri bambini. Irrinunciabili a mio avviso la leggenda di “Jack o’ Lantern e quella di “Gerardo e la candela“. So che tra di voi ci sono molti appassionati e pure qualche profondo conoscitore della cultura anglosassone da cui Halloween deriva, anche se sono in molti a crederla erroneamente una festa americana, se vi fa piacere potrete condividere qualche link di approfondimento nei commenti, sarà gradito.

Qui troverete le origini della festa di Halloween.

Qui invece troverete alcune leggende e curiosità.

Buon Halloween a tutti!

Aggiornamento dell’ultimo minuto : il blog di Cì, al momento in cui scrivevo questo post era momentaneamente off line, vi linko il suo nuovo post con interessanti approfondimenti anche su quanto possa essere opportuna la convivenza tra una festa chiaramente pagana e l’immediatamente successiva ricorrenza dei Defunti.

Qui invece il contributo di Catia.

Cinquanta sfumature di … (completate voi!)

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Eccomi finalmente di ritorno per il primo appuntamento con il Venerdì del Libro dopo un lunghissimo periodo di tempo.

Per inaugurare quello che è un nuovo inizio, vorrei parlare del libro dell’estate, o meglio il libro di sempre, visto che pare si tratti del più venduto di tutti i tempi. Parlo di Cinquanta sfumature di grigio (ed i suoi seguiti: Cinquanta sfumature di nero e Cinquanta sfumature di rosso) libro/i che tutti o quasi hanno letto o perlomeno conoscono. Non ho verificato se qualcun altro tra voi l’ha recensito prima di me perché purtroppo, per tutta l’estate, ho smesso di seguire questo appuntamento settimanale, ma, in caso affermativo, se vi farà piacere potrete lasciare il vostro link tra i commenti.

Devo ammettere di essermi sentita combattuta sull’opportunità di scrivere e pubblicare questo post; si tratta di un libro piuttosto popolare, e parlandone male rischio di attirarmi antipatie di cui non vado in cerca, ma ho deciso di farlo ugualmente perché almeno qui mi piace sentirmi libera di dire quello che mi passa per la testa. Quello che leggerete pertanto non ha pretesa né desiderio di essere legge ma di esprimere piuttosto un’opinione che in quanto tale è condivisibile o meno.

In questo blog ho sempre e solo parlato di libri letti per intero, dall’inizio alla fine. Quando comincio un libro è per me un (a volte masochistico) imperativo morale ultimarlo; anche se non mi piace lo devo finire, se non altro per rispetto dei soldi spesi (in questo caso il libro mi era stato fortunatamente prestato), e neppure stavolta ho fatto eccezione, anche se so che questo contravviene ai “dieci diritti imprescrittibili del lettore” secondo Pennac (vero Grazia? ;-)).

Oggi trasgredirò tuttavia non solo a questa, ma anche ad un’altra regola che mi sono posta quando ho cominciato a scrivere nel blog, ovvero quella di parlare solo di libri che mi piacevano. Tuttavia, da amante della lettura quale sono, e per il profondo rispetto che nutro per la parola scritta, non posso non dire la mia, perché esimendomi dal farlo sento di commettere un’ingiustizia.

Ecco, oggi mi va di scrivere una recensione al contrario e parlare di un libro che in me ha lasciato una traccia profonda, sia pure in senso negativo. Ho trovato questo libro volgare ed imbarazzante. Più volte nel corso della lettura mi sono sorpresa ad arrossire mio malgrado, e non per le ragioni che si potrebbero a prima vista intuire, vale a dire per il suo contenuto spinto e per le scene esplicitamente sessuali (neppure così infuocate tra l’altro!), ma per ben altre ragioni, la prima delle quali, chiara ed inequivocabile fin dalle prime righe del libro stesso, è che da un punto di vista squisitamente formale lo stile di scrittura è arido, elementare e semplicistico. Il vocabolario povero, ripetitivo e monotono. L’autrice sembra non conoscere l’esistenza di sinonimi e similitudini, la punteggiatura è casuale per non dire arbitraria, ed i dialoghi superficiali ed infantili.

Ho ricavato nel corso della lettura l’impressione che questo libro sia semplicemente il frutto di un’astuta operazione di marketing, abilmente orchestrata, che l’editore non si è neppure preso la briga di dissimulare. La strategia è inequivocabilmente finalizzata alla massimizzazione dei profitti (fin qui nulla di male) ma questo avviene senza alcun riguardo per la qualità del prodotto finale. Non si è fatto altro che spacciare come produzione letteraria quello che è in realtà un prodotto di massa privo di spessore che fa leva sulle più diffuse e comuni frustrazioni femminili per vendere. Ne costituisce solo una tra le tante prove tangibili, il fatto che uno scritto che poteva agilmente essere contenuto in un unico volume, sia stato frazionato in tre parti in modo da triplicare i guadagni.

Cinquanta sfumature di grigio è un libro che definire mediocre è un atto di grande generosità. Uno scritto ammantato di una sorta di pseudoromanticismo, in cui la relazione tra i due protagonisti è incentrata intorno al rapporto di sudditanza sessuale della protagonista femminile, ed affollato di stereotipi banali ma sempre in auge quali quelli del principe azzurro ricco, bello e dannato, e quello della figura della crocerossina incarnata da una donna giovane e slavata che nonostante tutto riesce a redimerlo e trasformarlo. Cliché vecchi come il mondo, di cui il libro è infarcito con una copiosa spruzzata di descrizioni sessuali che con ogni probabilità, nelle intenzioni dell’autrice, avrebbero dovuto renderlo stuzzicante e scabroso quel tanto che basta per far sentire liberate le donne che lo avrebbero letto. Un libro che con i debiti approfondimenti sulle sfaccettature psicologiche dei protagonisti ( e ce ne sarebbe da scrivere!) avrebbe potuto essere interessante da analizzare, ma la cui superficialità non permette di andare oltre i patetici dialoghi tra la protagonista e la sua “dea interiore” che altro non è che la sua voce più profonda. Questi ultimi si, sicuramente la parte più esilarante del libro.

Non sono affatto contraria alla narrativa leggera, genere di cui faccio ed ho fatto ampiamente uso pure io, ed a cui è doveroso riconoscere una sua dignità. Un genere di letteratura da “intrattenimento” che non ha altre pretese se non quella di regalare qualche ora di sana evasione (ed il cielo sa se ne abbiamo bisogno di questi tempi!) a chi vuole staccare la spina e mettere a riposo il cervello, purché scritta con una certa cura (leggasi rispetto per il lettore) che in questo libro sciatto non ho ravvisato.

Probabilmente nessuno ci avrebbe speculato così tanto sopra, me compresa, se il libro non avesse riscosso un tale successo di vendite nonostante la scarsa qualità, nel qual caso avrei soprasseduto. Ciò che m’indigna è il fatto che un libro simile abbia immeritatamente guadagnato tanto a dispetto di migliaia di aspiranti e autenticamente talentuosi scrittori desiderosi di vedersi pubblicati da qualche editore, anche senza alcun compenso. Il libro presenta in più l’aggravante di buttare apparentemente all’aria decenni di lotte per la liberazione femminile. Scusate sto divagando e mi ritrovo a sconfinare nel campo della sociologia e del costume, che chiaramente non è il mio.

In poche parole credo che ci sia di meglio: se ci vogliamo leggere un romanzo rosa ma scritto in modo raffinato leggiamoci Liala o Sveva Casati Modignani, se vogliamo leggere trasgressivo ed erotico leggiamoci Anais Nin, Henry Miller o de Sade, se vogliamo sentirci donne libere leggiamo Erica Jong, eroina della mia adolescenza.

La domanda cui ancora non ho trovato risposta è però sempre la stessa: “come ha potuto questo libro piacere e vendere così tanto? E’ davvero questo quello che la maggior parte di coloro che lo acquistano si aspetta di trovare in un libro?” Spero che i vostri commenti, spesso in passato illuminanti, mi aiutino a guadagnare un po’ di chiarezza. Vi prego inoltre di perdonarmi se il mio accorato e dissacrante post vi ha in qualche modo disturbati, ma a questo libro non riesco a riconoscere altro pregio se non quello di aver avvicinato alla lettura anche persone che solitamente non frequentano le librerie.

Potrete leggere un’altra recensione sullo stesso libro da parte di Stefania, altra partecipante al Venerdì del libro, qui.

La zuppa di miso

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La zuppa di miso è un caposaldo della cultura gastronomica giapponese ed appartiene alla sua tradizione culinaria non meno del sushi di cui troverete una versione completamente veg che pubblicai qualche mese fa qui. A noi piace tantissimo la cucina etnica, in particolare quella orientale. La cucina giapponese, quella cinese, la cucina indiana, la thai e quella indonesiana sono in assoluto le mie preferite  perché offrono innumerevoli opzioni soddisfacenti e gustose anche per chi, come me, non consuma carne e pesce, e solo occasionalmente latte e derivati.

La zuppa di miso è un piatto corroborante, e,  insieme a tanti altri, è anche colonna portante della controversa dieta macrobiotica, cui per un certo periodo di tempo mi sono appassionata come ciclicamente mi accade, approfondendone ogni aspetto, compreso quello filosofico, dal momento che mi piace sperimentare e poi tenere con me le cose che mi piacciono di più.

In realtà, l’elemento comune che unisce le innumerevoli versioni della zuppa di miso che ho sperimentato negli anni, è proprio quest’ultimo ingrediente da cui prende il nome. Il miso è un condimento piuttosto concentrato e ricco di sale, che si presenta sotto forma di pasta densa e scura ottenuta grazie alla fermentazione di fagioli di soia e sale, cui vengono aggiunti a volte cereali come orzo, riso o grano. La fermentazione avviene ad opera di batteri che rendono il miso un alimento altamente nutriente, che favorisce il processo digestivo e  contribuisce a mantenere il corretto stato di salute della delicata flora batterica intestinale a condizione di non essere pastorizzato. In caso contrario i fermenti in esso contenuti potrebbero aver perduto la loro vitalità e quindi gran parte delle loro virtù.

Per questa stessa ragione è importante che il miso non venga mai cotto, ma aggiunto a zuppe, minestre e qualsiasi piatto si desideri insaporire a fuoco spento, dopo che la cottura degli altri ingredienti sarà completa.

Una lunga fermentazione garantisce un miso di qualità superiore rispetto a quello che si ottiene grazie ad una fermentazione breve. Il miso contiene tra l’altro molti sali minerali, acido linolenico e zuccheri complessi.

Potrete pensare alla zuppa di miso come un efficace sistema per svuotare il frigorifero degli avanzi di ortaggi, questo è di solito il modo in cui mi comporto io. Se avete qualche carota solitaria, un cavolfiore che ha visto tempi migliori e qualche foglia di broccolo triste siete già a buon punto. Se poi avete un po’ di riso, orzo, miglio o qualche altro cereale avanzato dal pranzo ancora meglio.

La mia zuppa di miso “svuotafrigorifero” di qualche giorno fa comprendeva:

  • una grossa carota
  • un pezzetto di zucca
  • due piccole zucchine
  • un cipollotto
  • un pezzo di alga wakame precedentemente ammollata
  • qualche fungo shiitake lasciato ammorbidire con l’alga
  • qualche foglia esterna dei broccoli destinata al brodo
  • una manciata di tofu tagliato a dadini
  • un pezzetto di zenzero spremuto
  • brodo vegetale

Lavate e spuntate le zucchine, sbucciate e spuntate la carota e la zucca e tagliatele a cubetti. Tagliuzzate i funghi e le foglie del broccolo e affettate a rondelle sottili il cipollotto.

Mettete a bollire l’acqua di ammollo dei funghi e dell’alga cui avrete aggiunto del brodo vegetale o in mancanza, della semplice acqua insieme alle verdure, alle alghe ed al tofu, cuocendole come piace a voi. A me piacciono appena scottate e croccanti. In questo caso, ho tuffato nel brodo insieme alle verdure, delle fettuccine di riso portandoli a cottura insieme. A questo punto, potrete aggiungere il miso.

Prelevate dalla pentola un mestolo di brodo ed aggiungetevi un cucchiaino di miso per ciascun commensale. Con l’aiuto di un cucchiaio stemperatelo in modo da scioglierlo completamente e solo allora potrete unirlo al resto della zuppa.

Mettete nei piatti e gustate la vostra zuppa ben calda.

Ottima durante la stagione invernale come primo piatto in sostituzione del passato o della consueta minestra di verdure.

Buon appetito!

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